Dottor Hynkfuss

Potrei dire che tutto è cominciato quando avevo più o meno diciotto anni, forse anche diciannove, in un paesino della mia provincia, in una casa abbandonata, anche se non lo era del tutto. Era una di quelle case in ristrutturazione, lasciate così, abbandonate solo la sera quando gli operai tornano dalle proprie mogli. Una di quelle case che al posto del cancello c’ha un nastro bianco e rosso, manco se quel nastro potesse fermare visite inopportune. Potrei dire che tutto è cominciato a Barcellona, in un appartamento pieno di studenti presi da deliri ormonali che non facevano altro che scopare e studiare con la bottiglia di whiskey a fianco all’orologio, quello del tempo infinito delle pagine di storia. Forse tutto è iniziato a scuola, su delle assi di legno di un palco, con un mucchio di adolescenti dai capelli lunghi e presi da una tecnologia che stava muovendo i primi passi. E le sigarette e le ragazze fin troppo smaliziate per essere adolescenti. I motorini e la miscela, (cinquemila lire per una scopata in campagna) gli elastici per i capelli al polso e le aule vuote e buie, pulite e chiuse per il giorno dopo, per le lezioni di tecnologia e storia, per quelle di italiano. Forse è iniziato tutto lì per la voglia di qualcosa che si vorrebbe avere ma che come al solito non si può. È cominciato tutto per caso in una di quelle aule vuote e al buio dove di sicuro al mattino non potevano esserci né gambe nude e belle né baci umidi pieni di adolescenza. Al mattino non c’erano di certo gli occhi chiusi e i capelli sciolti.
Ora c’era il suo culo sul banco al posto delle cartelle e le impronte delle mie mani grandi su quel finto legno verde dove il pennarello nero segnava le iniziali di studente o un numero di telefono. C’erano formule di matematica e di fisica, su quel banco, scritte a matita leggera. Quel banco era il mio ed io ero all’ultimo anno di una scuola che non mi andava tanto. Quel banco era il mio. Era il mio dal primo giorno di scuola e conoscevo a memoria quella classe, e anche se era buio perché a scuola le persiane delle classi al primo piano venivano sempre chiuse, io potevo muovermi come se al posto dei miei occhi avessi un visore notturno. Sapevo ogni sedia, ogni banco, la cattedra e la lavagna che non era appesa al muro, ma era stata spostata per far permettere a Max di leggere meglio. Max non ci vedeva tanto bene, portava degli occhiali spessi. Erano il quarto paio quell’anno. L’ultima volta era stata una pallonata durante ginnastica.
Noi della V ETA non è che facevamo della ginnastica vera e propria, come quella che si vede in televisione con gli esercizi e tutto quanto. Noi facevamo due squadre, gli zaini uno sopra all’altro a fare i pali delle porte, e via a giocare a pallone. Ecco, Max era in squadra con me e non giocava bene a calcio, anzi era proprio una schiappa. Ma una volta segnò un gol a dir poco spettacolare, scartando tutti dalla propria aria, e da quel momento ha sempre giocato. Ovviamente faceva il difensore. Max non era il suo nome, ma dopo quel gol lo diventò.
Non tutti avevamo dei soprannomi . Non tutti avevamo fatto cose spettacolari per meritarcene uno, come Parola, che non parlava mai con nessuno. Ecco questa era una delle cose spettacolari. Lui ti parlava scrivendo. Aveva un blocchetto appeso al collo con del filo rosso ed una penna. Tu gli parlavi e lui scriveva. Era difficile con Parola. Il tempo delle battutacce adolescenziali con lui non esisteva così come la frenesia di fare qualsiasi cosa. Con Parola dovevi stare calmo. Era snervante comunicare con lui, dovevi aspettare che scrivesse qualcosa con la sua penna. Noi non sapevamo se fosse muto o cosa, ma non parlava e se ne stava tutto il giorno al suo posto, seduto al suo banco con i suoi fumetti e i suoi supereroi disegnati ovunque. Parola non andava mai alle interrogazioni, per lui c’erano solo compiti scritti. Un giorno Parola andò in bagno (per uscire, alzava il dito al cielo e lo teneva puntato verso il soffitto). Lì due tizi iniziarono a prenderlo in giro. Parola si girò e iniziò a pisciargli addosso. E poi rise. Quei due però gli spaccarono il muso e noi di Parola sentimmo le grida. L’unica volta che sentimmo Parola emettere suono. Una volta in classe venne lo psicologo, che a dire il vero era una donna, una di quelle che ti lascia senza fiato e non era manco bionda o con le tette grosse (quello era il periodo delle tette grosse, cioè a tutti piacevano le tette grosse, e non è che dovevano essere rifatte, dovevano semplicemente essere grosse con i capezzoli marroni e l’aureola attorno più chiara, marrone e grossa). Entrò in classe a prendersi Parola e noi non riuscimmo a dire assolutamente niente. Entrò in classe che profumava di donna. Noi, il profumo di una donna, era la prima volta. Le professoresse puzzavano solo di vecchio. Puzzavano di denti gialli e di calze scure. Di gonne lunghe alle caviglie. Puzzavano di MS e caffè. Quello della psicologa, invece, era uno di quei profumi che non trovi nei negozietti dei vicoli. Il suo veniva direttamente da Parigi e sapeva di croissant appena sfornato, sapeva di foto appena sviluppate e di pittura ad olio. Quel profumo ti faceva pensare alla Senna e al Louvre, ai bistrot o al jazz della Métro. Prese Parola e se lo portò con sé. Quando ritornò era sola e aveva dei graffi sulla faccia. Quel giorno a scuola vennero i genitori e la polizia e non vedemmo più Parola. Se l’erano portato via.
Sul mio banco ora non c’èrano più penne e matite, libri e sigarette, ma il suo culo nudo, bianco e nudo. La gonna, quella verde e corta con le pieghe era finita chissà dove lanciata per aria. Riuscì solo a sentire che cadeva a terra, su quel pavimento di mattonelle nere e bianche, ma non come una scacchiera, era come marmo. Quel pavimento era di finto marmo bianco e nero, e la gonna verde con le pieghe era finita a terra ed io avevo sentito quell’aria che muoveva sulle gambe, leggera, quell’aria che ti solletica un po’, e il suo culo bianco era sul mio banco, dove il giorno dopo al suo posto ci sarebbero stati i compiti di fine anno, quelli che dovrebbero farti recuperare qualche voto lasciato indietro nell’inverno passato a fumare nei bagni della scuola. E come avrei potuto concentrarmi pensando agli odori e alle impronte, pensando al buio e ai silenzi di quando non sai che cosa dire, quei silenzi che ci sono perché è la prima volta che ti capita e ti sembra che stare zitto sia la migliore cosa da dire in quei momenti. Non si è grandi abbastanza per poter dire qualcosa, non si è grandi abbastanza per fermare le gambe e le ginocchia, per non toccare tutto freneticamente. Era pomeriggio e faceva caldo e, pure se dalle persiane passava poca luce, riuscivo a vedere i suoi seni bianchi e marroni, piccoli bianchi e marroni. Il reggiseno era ancora allacciato. Era il mio primo reggiseno e quello era rosa con un merletto ai bordi. Lo so perché lo sentivo sotto le dita e poi era liscio come seta ed era imbottito. Rosa e imbottito, liscio e con i merletti ai lati. I suoi capelli li avevo sempre in bocca, erano biondi e ricci ed erano ovunque. Avevo le labbra tutte bagnate e i suoi capelli mi si appiccicavano al viso. Alice, almeno così si faceva chiamare, l’avevo appena conosciuta. Sapevo che aveva la mia stessa età e avevo il suo numero di telefono. Scritto su un biglietto di un pullman, con una penna gel viola. Biglietto verde e penna viola. Quel bigliettino me lo aveva lasciato in un libro, dicendomi che ai libri non si piegano gli angoli delle pagine per tenere il segno. Io non la chiamai. E se avesse risposto la madre o addirittura il padre, cosa avrei inventato? Un pomeriggio, però, mi disse a che ora chiamarla. Me lo sussurrò all’orecchio.

  • Alle 16.
    Così disse.
  • Alle 16. Io sarò al telefono. Non un minuto prima, né uno dopo. Devi essere preciso.
    Era una prova, lo sapevo, mi stava mettendo alla prova. Non era mica semplice essere puntuale e telefonarle alle 16.
    Il mio telefono era in cucina. Prima, a casa, avevamo un solo telefono e mi ricordo che dovevo chiedere sempre il permesso a mia madre per telefonare. Non si trattava di un permesso vero e proprio, era più un istinto a controllare tutto, di sapere qualsiasi cosa succedesse in quella casa. Mia madre era fatta così. Da piccolo ricordo che mi nascondevo nel ripostiglio con il telefono. Per fortuna il filo era abbastanza lungo. Mi chiudevo dentro con la schiena appoggiata alla porta.
    Io e Alice facemmo l’amore quel pomeriggio e il giorno dopo non andai a scuola. Era come una malattia. Era come avere la febbre. A scuola non ci si andava per via della febbre o per il mal di gola. E non è che poteva venirmi la febbre così, da un giorno all’altro. Mia madre mi avrebbe mandato lo stesso, oppure voleva che le dicessi la verità. Insomma mia madre non avrebbe dovuto sapere niente e Alice non doveva esistere. Alice era come una malattia. Non potevo andare a scuola con Alice, non rientrava nei programmi, anche se non era stato programmato proprio niente.
    Non potevo sopportare di non vedere più le impronte sul banco, di vedere il foglio bianco del compito di italiano. Cosa avrei mai potuto scriverci, e poi dovevo vedermi con lei, e poi dovevo imparare a fare la firma di mia madre che mi credeva a scuola, e poi dovevo inventare qualcosa, inventarmi il compito. Mia madre voleva sapere tutto, essere a conoscenza di qualsiasi cosa. Dovevo stare attento a non tornare prima a casa. Dovevo stare attento a non tornare tardi. Mia madre era maniacale. Mia madre era folle nel suo desiderio di proteggermi.
    Quel pomeriggio facemmo l’amore, io e Alice, e non andammo a teatro benché tutti aspettavano noi. Io ero una specie di capocomico, una parte davvero importante, parte che non ero sicuro di volere ma che comunque mi procurava un certo rispetto e ammirazione da parte degli altri attori. Mi dava prestigio. Per la prima volta ero un leader, un capo, un condottiero di un’armata che vinceva la sue guerre armata di copioni. Dopo quell’anno non sarei mai stato più un leader e questo lo sapevo fin troppo bene, ma decisi di godermi quel momento fino in fondo. Pensai che nessuno potesse ostacolarmi, ero una specie di Dio al quale non poteva succedere niente se non prendere l’ennesimo 4 in matematica. Era una cosa questa che mi faceva ridere tantissimo, ma era la mia occasione e non potevo rovinarmela per un pessimo voto in una materia che non m’interessava. Certo, in estate sarei stato costretto a frequentare i corsi di recupero, e probabilmente sarei andato a togliere la polvere in una delle tante classi mentre una professoressa spiegava qualcosa. Non m’importava e per questo finimmo in quell’aula, io e Alice, per questo finimmo col fare l’amore. Ero forte. Ero più vicino ad essere un uomo, uno grande, anche se la macchina ancora non la sapevo guidare.
    Eravamo per i corridoi. Erano lunghissimi e le pareti erano bianche e c’erano appese delle fotografie di studenti che avevano fatto qualcosa di buono. Studenti ripresi a lavorare nelle varie officine delle scuole. C’erano foto in bianco e nero e foto a colori ed erano tutte belle incorniciate ed erano il vanto dell’intero istituto, il vanto dei professori andati in pensione. Guardandoli bene tutti quei volti appesi ad un chiodo potevamo riconoscerci, erano tutti uguali con quegli occhialoni per ripararci e i guanti marroni, quelli di pelle. Ci fermammo a guardare quelle foto, quei ragazzi che ora non erano più tanto ragazzi, e chissà cosa facevano ora, chissà quali risposte alle speranze di quella scuola. Un giorno ci avrebbero appeso noi anche per via del telescopio. Stavamo costruendo un telescopio enorme che sarebbe stato impossibile spostarlo dalla scuola, per via del peso. Era tutto in ferro, e quello era l’unico materiale che ci permettevano di lavorare. Un giorno ci sarei finito anche io su quel muro, con i miei occhialoni e i miei guanti di pelle marrone. Lo sapevo, ci sarei finito anche io. Le foto le avevano già scattate.
    Io e Alice non dovevamo essere lì per i corridoi. Avremmo dovuto fare il giro, quello lungo. Saremmo dovuti entrare dal cancello secondario, quello che portava anche alla casa del custode, un vecchio che ogni mattina aspetta la morte sul ciglio della sua porta d’ingresso. Una di quelle persone la cui immagine resta impressa nella memoria per troppo tempo, come una canzone che passa alla radio e si fissa sulle labbra anche se non si vuole. Sua moglie era morta da poco e lui non faceva altro che bere e aspettare, mentre al suo viso, ogni giorno, si aggiungeva una piccola ruga. Se ne stava sempre seduto lì, su quella sedia di paglia davanti alla sua porta verde con la pittura tutta scrostata dal caldo e dalla pioggia. Aveva sempre una giacca di velluto e mille cicche di sigarette nel posacenere. L’unica cosa che riusciva a fare era potare le rose della moglie. Di quelle aveva molta cura e ce n’erano di gialle e rosse, rosa e bianche. Erano le uniche cose che lo facevano sorridere, erano le uniche cose che gli erano rimaste della moglie e lui le odiava, ma non poteva lasciarle appassire. Rideva perché ci litigava sempre, con la moglie per via delle rose. Era costretto a potarle, era costretto ad innaffiarle. Era costretto ad aiutarla, la moglie, per questo rideva. Per questo le odiava. Ora però s’era rassegnato e da un certo punto di vista non le odiava più e addirittura qualche volta cercava di sentirne anche il profumo. È strano, delle volte ti mancano proprio quelle abitudini che non avresti mai pensato minimamente potessero far parte della tua vita. Poi ecco un giorno, uno qualsiasi, ti ritrovi che non puoi fare a meno di quelle abitudini e ti svegli al mattino pensando solo a quelle, alle abitudini odiate.
    Io e Alice, quel giorno, passammo per il cancello principale perché a me non andava tanto di vederlo, mi metteva tristezza e quel pomeriggio non volevo essere triste.
    Entrammo nella mia classe. Si dice così quando per cinque anni hai occupato un certo posto. Diventa tuo e nessun altro può prenderselo. La sedia resta sempre la tua, come il banco di fòrmica. Avevo dimenticato il mio copione, per questo entrammo nell’aula. Ancora non avevo imparato la mia parte a memoria, o meglio, riuscivo sempre a dimenticarmi dei passaggi nei monologhi del mio personaggio. Ecco, avevo dimenticato il copione e quello mi serviva. L’aula era buia e Alice chiuse la porta. Non mi aspettavo che potesse farlo, ma lei chiuse la porta e iniziò a parlarmi.
  • Ti amo. Oh Dio mi è uscito di slancio. Io ti amo. Ecco l’ho ridetto. Ho cercato di non dirlo. Mi sono sforzata di reprimerlo. Con Michele non avrebbe mai funzionato perché io amo te. Ti amo talmente tanto… io ti ho dentro di me. Tu sei una malattia e sei dentro di me e non puoi più uscire. E non c’è verso, non esistono medicinali come per i pazienti. Ce ne sono alcuni che non ce la fanno e sono costretti a morire. La maggior parte muore con qualcosa ancora da dire e non l’ha detta. E l’altra persona, la moglie, il marito, la mamma o il padre, non lo sapranno mai. Il ragazzo o la ragazza non saprà mai di quella volta o di quell’altra. Magari non sapranno mai che sono stati traditi. Magari la ragazza della porta accanto, quella che vede ogni mattina perché escono agli stessi orari, non saprà mai che dall’altra parte c’è un ragazzo che non può vivere senza di lei. Delle volte le abitudini ci fanno rimandare cose che altrimenti sarebbero inevitabili. Magari nella metro il ragazzo che si è alzato per far sedere una bionda con le scarpe di ginnastica, non andrà mai con lei ad una cena in centro. Non sarà mai invitato per un caffè e quel posto resterà per sempre l’ultima cosa che saprà di lei. Un sediolino rosso con delle scritte di qualche ragazzino di periferia. Io ti amo e volevo dirtelo. Non riesco a dormire, non riesco a respirare, non riesco a mangiare e ti amo in ogni momento in ogni minuto di ogni giorno. Io, io amo te, mi sento bene solo a dirlo, mi sento meglio e, e non voglio che questa cosa rimanga così com’è. Dentro, nascosta. Non voglio essere come un sediolino in una metro o una porta che non si aprirà mai. Io ti amo.

Le mani le tremavano. Aveva gli occhi spalancati e le mani che le tremavano e le puntava contro di me. Mi indicava. Palmi aperti. Le sue mani non erano tese ma le tremavano. Le tremavano le mani. Erano pulite. Appena lavate e sapevano di sapone, quello liquido. Erano come le mani dei dottori, dei chirurghi, quelli hanno sempre le mani pulite.
Avevo appena trovato il copione, e lo tenevo stretto. Non sapevo che farci. Avrei dovuto metterlo in tasca, quella posteriore del jeans, prima che lei mi dicesse ti amo. Prima che mi puntasse le mani pulite, con i palmi aperti verso di me. Era lì davanti, immobile, con i capelli che le coprivano in parte gli occhi. Aveva chiuso la porta e m’era venuta incontro. Aveva fretta, non so perché ma lo capivo dalla voce. Andava di fretta perché ha chiuso la porta con violenza, come quando c’è qualcosa che non si può rimandare e allora si corre e si sbattono le porte. E poi alla fine si dimentica sempre qualcosa. È inevitabile. Alla fine ripassi a memoria tutte le cose che hai con te. Le chiavi dell’auto, il cellulare, le sigarette e l’accendino. Le bollette da pagare, i soldi e la carta di credito. Ma alla fine c’è sempre qualcosa che dimentichi. Alla fine, quando si va di fretta, c‘è sempre qualcosa che non t’aspetti. L’imprevisto che non puoi evitare. Quell’imprevisto ero io. L’imprevisto era la pioggia d’estate, l’ombrello lasciato a casa. Le mani le aveva in tasca. La borsa appesa alla spalla. Capelli biondi e le mani in tasca. Io stavo ancora cercando il copione quando mi venne davanti.

  • Io ti amo
    E le sue mani erano aperte.
  • Io ti amo. Ecco l’ho detto.
    Era come se non potesse farne a meno di dirmelo. Certo era il momento meno appropriato. Eravamo nella mia aula, a scuola di pomeriggio. E lei ad un certo punto se ne venne che mi amava e non poteva farne a meno. Le mani erano impazzite. I suoi occhi neri mi fissavano e non aspettava nessuna risposta, o meglio l’aspettava ma quello non era il momento. Doveva ancora finire, doveva spiegarmi da dove veniva il suo amore per me. Io ti amo continuava a dire. Non era come un disco rotto, come un cd in macchina che salta per via delle buche. Noi non eravamo in macchina eppure qualcosa saltava perché lei continuava a dire che mi amava. La sua voce era pulita, perfetta, liscia, decisa. La sua voce era nera. Delle volte nella voce c’è anche un po’ di grigio, delle sfumature che non ti aspetti dalla voce. Quella volta, però, non c’era la minima possibilità di trovarci qualche sfumatura. Ogni persona ne ha una, di voce. La voce è come le impronte digitali. Ognuno ha la sua. Lei finalmente aveva una sua voce ed io per la prima volta la stavo ascoltando. Forse era per questo che non riuscivo a dire niente. Ero bloccato. Il copione nella mano sinistra, quasi congelata. Ero appoggiato al mio banco, verde con le scritte. Ero fermo, immobile, fisso nei suoi occhi che mi cercavano nella penombra della classe. Non ricordo di preciso che ore fossero, ma di sicuro era già tardi e le sue mani continuavano ad indicarmi. Ora che ci penso bene non era come se mi indicassero, era come se aspettassero. Aspettavano e tremavano.
  • Io ti amo e te lo dico ora e non è che sono pazza, e non è che pensi sempre a te, ma io ti amo e dovevo dirtelo.
    I capelli le continuavano a cadere sugli occhi e le mani non erano più tese come prima, quando mi indicavano o aspettavano qualcosa da me. Forse aspettava un mio gesto, un mio avvicinarsi a lei. Forse era anche pronta a non avere risposta. Non lo so. Sentivo solo il bisogno di lanciare qualcosa lontano. Scagliare quel copione nel muro, come quando qualcosa va storto e si è nervosi a tal punto da lanciare la prima cosa che si ha per le mani. L’orologio regalato dalla nonna. Le chiavi. Le monete. Il tabacco con le cartine e i filtri. Un blocchetto per gli appunti. Una penna. Lanciare il cellulare, ma il messaggio o una telefonata poi non sarebbe mai arrivata. Ancora non era finito e forse non lo sarebbe mai stato. Si ha il bisogno di lanciare qualcosa per liberarsi di un peso. Come se l’orologio potesse fermare il tempo. Cadendo a terra il quadrante si sarebbe rotto. Le lancette si sarebbero fermate a segnare per sempre quell’orario.
  • Ti amo. Questo è quanto.
    Era ancora più ferma nella sua decisione. E questo è quanto. Non mi lascia via di scampo. Non avevo alternative. E questo è quanto. La raggiungo, due passi verso di lei, verso le mani che da grandi sarebbero diventate mani da chirurgo, già pulite, e che ora tremano. Le mani che le tremano per via della penombra, per via di quel momento che non sarebbe mai più tornato. Due passi verso i suoi capelli che le cadono ondulati sulle spalle. Verso quei capelli che le danno fastidio agli occhi.
    Quando è buio le cose si fanno con molta più semplicità. Non si ha paura di sbagliare. Nel buio le cose le fai e non hai paura, nessuno può vederti. Non è un buio che fa paura. Non è come quando sei bambino nella stanzetta che conosci a menadito, ma che di notte si trasforma in un covo di mostri. Quella tua stanza di notte diventa immensa ed ogni minimo rumore si amplifica mentre aspetti che qualcosa esca dall’armadio. E resti immobile. Non muovi un muscolo per non essere scoperto, per non far sapere a nessuno che sei lì sotto le coperte ad avere paura. Quel buio era eroico come i VHS porno gettati dalla finestra, quella del bagno che dava sulla campagna cittadina abbandonata, dove la sera i ragazzi ci andavano a scopare e a drogarsi. Una volta provai a recuperare una di quelle cassette, ma fu tutto inutile. Scavalcai la recinzione alta, tutta verde arrugginita, ma fu tutto inutile. Era come scomparsa, eppure non potevo averla lanciata lontano. Era come inghiottita. Scomparsa, svanita tra fazzoletti e siringhe. Quella era la cassetta della serata da un nostro amico, uno ricco. Tanto ricco quanto stupido, da non ricordarsi il codice dell’antifurto di casa, e così ad un certo punto alle nostre spalle, mentre guardavamo le star del nudo che urlavano, sentimmo i suoi genitori che erano stati contattati dalla polizia, per via dell’antifurto. Quel buio dell’aula di un pomeriggio d’estate era un buio tutto eroico, come le seghe quando non c’era Internet. Dovevi mandare tutto a fantasia, o quando t’andava bene, nascondere le pagine patinate in qualche anfratto. Quelle pagine che avevi giocato alla morra cinese per decidere chi andava a comprarle.
  • Io ci metto i soldi e tu vai dentro.
  • No facciamo così. Giochiamocelo. Sassocartaforbice. Sassocartaforbice. Sassocartaforbice.
    E finiva sempre che ad entrare ero io. Ero io a sbirciare nel reparto vietato ai minori. Era scritto su un adesivo giallo e rosso. Vietato ai minori. Ma i soldi li avevo e non volevo solo sbirciare.
  • Bambino, allora che fai: lo compri?
    Quella penombra era eroica e non erano ammesse paure di nessun genere. Non c’era lo spazio per quelle, non c’era il tempo che comunque sembrava si fosse dilatato.
    Quel buio e quel tempo e quell’eroismo rimasero fermi lì in quella scuola. In quell’aula. Alice il giorno dopo, quando ormai non era più una bambina, si gettò dall’ultimo piano del suo palazzo. Prese il mazzo di chiavi di suo padre. Salì le scale. Contò i gradini uno ad uno, per non distrarsi da quello che stava per fare. Lì si accorse che le sue scarpe bianche da ginnastica erano macchiate. Si fermò e strofinò un dito sulle macchie, per farle sparire. Riprese a salire e a contare. I suoi passi erano lenti e ben scanditi dai numeri. Cercò la chiave. Non aveva mai aperto quella porta. Non era mai salita lassù. Chissà cosa poteva mai esserci su quel terrazzo per non poterci mai andare. L’ultimo gradino. Contò anche quello. Aprì la porta di ferro arrugginito che cigolava. Attraversò tutto il terrazzo. Il pavimento era tutto nero. Era una specie di guaina nera e faceva caldo. Ad Alice dava fastidio la puzza di plastica che emanava quella guaina tutta nera. Su quel terrazzo c’erano solo antenne per la televisione, piccioni e caldo. Salì sul cornicione, abbassò la testa e saltò giù.

Arcore Benevento, l’odissea di sola andata

Attraversi il sottopasso. Giri a sinistra e trovi il tabacchino. Lì compri il biglietto per il treno che costa 2,50€, prendi anche il biglietto della metro che a Porta Garibaldi non perdi tempo. Torni in dietro e sali le scale dove c’è scritto binario 2. Lì alle 10.45 passa il treno che ti porta in stazione, a Milano. Ci mette venti minuti.

Così ci salutiamo, io e Silvia, e mentre scendo le scale del sottopasso sento le gomme della Lancia Y azzurra stridere in partenza. Il sotto passo è piccolo e mi ci vogliono 15 gradini a scendere e 15 a salire. Giro a sinistra e trovo subito il tabacchino. Davanti a me un paio di signore extracomunitarie che non parlano italiano, ma neanche inglese e la compravendita dei biglietti si fa difficoltosa. Sento il tempo trascorrere via velocemente. Guardo l’orologio e mi rendo conto che sono già dieci minuti che sono in fila al tabacchino. Altri cinque minuti e perdo il treno. Fa caldo e la cassiera con un sottile top bianco (dal quale si intravede un reggiseno a fiorellini) è scocciata, cerca di capire la destinazione della cliente. Risponde male. Alza la voce, ma la comunicazione è difficile. Dietro di me i clienti aumentano e diventano rumorosi. Così chiedo scusa in un italiano poco inglese “a me serve un biglietto per arrivare a Porta Garibaldi ed uno della metro per la Centrale. Ah scusi anche un pacchetto di Winston blu morbide”. Pago e scappo via. Quindici gradini a scendere. Prendo il binario due. Timbro il biglietto e con una puntualità svizzera, anche se siamo in provincia di Milano, arriva un bel treno bianco della Trenord diretto a Porta Garibaldi. Salgo su e resto in piedi aggrappato ad un palo di alluminio appiccicoso di sudore. Il trolley lo lascio a terra mentre la tracolla con le macchine fotografiche mi sega la spalle. Fa Caldo e nonostante i finestrini siano aperti si suda. Prendo il mio Iphone e leggo qualche notizia su facebook. Mastella e Del Vecchio al ballottaggio. I cinquestelle potevano fare di più. Subito dopo – Buonanno morto in un incidente stradale- Nello scompartimento alla mia sinistra tre persone di colore parlano senza farsi capire. C’è una donna con mille borse colorate e due uomini che agitano animatamente i propri cellulari, presi da un discorso a me incomprensibile. Mi rendo conto di essere impaziente, nonostante sia in largo anticipo, ma poi penso che sono al nord e che qui le cose funzionano. Ho fame, seppure a colazione avessi mangiato una girella Motta, bevuto un bicchiere di latte freddo ed un caffè con la cremina (quella fatta con lo zucchero ed il primo caffè). Arrivati alla fermata successiva salgono cinque persone. Una di loro si ferma proprio dove sono io. Mi fissa. Io mi sposto. Indossa un completo nero. Giacca, camicia bianca e pantalone. Ha l’aria di essere un imprenditore. Poi guardo le scarpe. Sono nere e a punta, ma sono vecchie e ai lati sono sporche di terra, di fango secco.

“Diffida sempre dalle persone con le scarpe vecchie anche se all’apparenza ti possono sembrare uomini d’affari”. Questo mi diceva sempre mia zia, di Napoli. Me lo diceva quando da piccolo prendevo la Valle Caudina per andare da lei, d’estate, per il mare, per Procida.

“Le scarpe dicono sempre la verità”

Così sotto lo sguardo fisso di quell’uomo mi sposto e vado a sedermi dove c’è gente. Mi sento gli occhi addosso. Sento che quello non molla. Infatti mi segue. Prende lo stesso scompartimento che ho preso io, ma non si siede. Nel frattempo arriviamo ad un’altra fermata e nuovi passeggeri salgono mentre altri scendono. I suoi occhi però sono incollati a me. Penso che in tasca ho duecentoeuro e in borsa la mia attrezzatura. Cerco di restare freddo e l’unica cosa che mi riesce di fare è cambiare posto e andarmi a sedere in fondo. L’uomo, quello in giacca mi segue con lo sguardo. Passa un’altra fermata e viene a sedersi dietro di me. Allora mi preparo. Penso che è inutile scappare che tanto mi seguirà ovunque. Stringo la borsa con la mano destra, mentre la sinistra la tengo sulla tasca del jeans dove sono i soldi. Nel portafogli ho solo i documenti. Una voce registrata annuncia una fermata, la penultima prima di arrivare a destinazione. Mi tengo pronto per un assalto. A metà strada, però quell’uomo apparentemente distinto con le scarpe sporche si alza e cambia vagone. Alle mie spalle la porta automatica si apre e nel mio vagone entrano due persone. Sono i controllori che mi chiedono il biglietto. La voce registrata annuncia che siamo arrivati al capolinea. Scendo tenendo stretta la borsa. Il trolley lo trascino. Ha le rotelle. Prendo le scale mobili e scendo. Due fermate e sono in Centrale. La mia è la linea verde, direzione Cologno. Una decine di persone aspettano la metro. Due si baciano. Mi avvicino ad un ragazzo. Cappellino da baseball, pantaloncini corti e felpa. Scarpe Adidas bianche. Scrive un messaggio sul cellulare.

“Scusami?! Spero di non aver sbagliato, ma devo arrivare in Centrale”.

“E’ il mio primo giorno a Milano, ma da quello che so devi prendere il prossimo treno”.

Facciamo amicizia, lui è di Torre Annunziata. E’ un calciatore e gioca in Sicilia. Io gli dico che un paio di settimane prima sono stato a Torre del Greco in un ristorante sul mare. Si chiama Fabio e spera che gli rinnovino il contratto. Prendo la metro. Non mi siedo. Dal fondo un barbone chiede l’elemosina. Raccontando la storia della sua vita spera di tiare su qualcosa in più. La moglie è morta e vive in un baracca ormai tutta allagata per via della pioggia. A Milano tutti ascoltano la musica con le cuffiette infilate nelle orecchie. Giovani e vecchi. Donne e bambini. E’ probabile che io sia l’unico ad aver sentito il suo discorso. Passa davanti a tutti i viaggiatori ma nessuno mette meno alle tasche. Io gli do un euro. E’ il resto che la tabaccaia mi ha dato ad Arcore. Una buona azione al giorno. Si tratta di Karma, ma comunque sto attento. Arrivo in Centrale con un’ora di anticipo. Mi fermo in un bar. Ordino un cornetto, che i milanesi chiamano brioches e una spremuta. Sono quattro euro e settanta, ma se prendi il menù, nel quale è compreso anche il caffè paghi di meno. Pago. Prendo scontrino e il resto di trenta centesimi. Vado al bancone. Una ragazza mi serve.

“La brioches come la vuoi?”

Crema, le dicocon un velato accento meridionale. Voglio un cornetto alla crema. La ragazza si ferma, giusto un attimo. Nei suoi occhi si legge la disperazione di avere a che fare con uno del sud che chiama le cose con i giusti nomi.

“ecco a te la brioches”.

Tra me e me penso che a Milano non ci posso vivere che sono tutti stressati. Che tutti corrono, ma soprattutto che tutti chiamano brioches il cornetto. Arriva il caffè. Ne bevo metà. Penso che non è vero che chi risparmi ci guadagna. Poi addento il cornetto, ma devo arrivare giusto alla sua metà per trovare un pò di crema. Predo la spremuta ed esco. Sul bancone lascio lo scontrino con il resto. Vado alla Feltrinelli, che mi piace comprare libri quando viaggio. Entro e c’è tanta aria condizionata. Mi rilasso. Non stringo più la tracolla, ma i corridoi sono stretti e due persone con un trolley non ci entrano, cosi sono costretto a spostarmi in continuazione finché da uno scaffale non faccio cadere una pila di libri.

“Cazzo nèè, stai attento con quel trolley”.

E’ un commesso troppo ligio al dovere. Sembra quasi che i libri siano i suoi. Sembra quasi che li abbia fatti cadere dalle mesone di casa sua. Chiedo scusa. Mi faccio rosso e raccolgo i libri. Sono un pò nervoso e penso che il romanzo che ho preso e  la monografia su Giacomelli posso anche posarli, che vaffanculo posso anche comprarli su Amazon. Lo penso ad alta voce, facendo in modo da farmi sentire. Vaffanculo dico, ma poi penso che senza libri in treno sarà una noia mortale. Così li pago. Trentacinque euro. Esco dalla Feltrinelli e vado al tabellone delle partenze. 9529 freccia rossa. 12.20. Binario 23. Sono le 12.10. La mia carrozza è la numero 11. In pratica è l’ultima. Sento già aria di casa. Salgo su e mi sistemo al mio posto, mentre nei corridoi si avvicendano altri passeggeri presi dalla confusione del momento e del posto assegnato. Al mio fianco un ragazzone che legge un saggio sulla vita dei cammelli. Sbuffa. Ha l’alito pesante e il respiro affannoso. Con le braccia occupa anche il mio posto. Dall’altra parte c’è una suora ed una tedesca. Il freccia rossa parte. Sfoglio la monografia. Vedo qualche foto qual e la. Prendo il romanzo. Inizio a leggere. Gli occhi sono pesanti tanto quanto l’alito del mio vicino di posto. Faccio l’orecchio alla pagina e provo a dormire. Qualcuno parla a telefono con voce alta. Qualche altro chiacchiera. La tedesca lavora con il Mac. Di tanto in tanto veniamo ragguagliati sulla velocità raggiunta. Il mio non è un vero e proprio sonno. Più che altro è un dormiveglia. La posizione è scomoda. Sto tutto storto per via del poco spazio a disposizione e in più il ragazzotto si è impossessato del bracciolo al centro dei sedili. Ho ancora fame e manca poco per arrivare alla stazione di Santa Maria Novella. Lì restiamo fermi almeno per un quarto d’ora. C’è gente che si lamenta che ha la coincidenza a Roma. Il treno riparte. Tutto come prima. Qualche posto più in la c’è una ragazza con la mamma. Sembra che debbano andare ad un casting a Roma. Lei, la figlia, ha un pantaloncino cortissimo e le gambe tutte nude. Tacchi alti. La mamma è in tailleur. Passa il carrello con le vivande. Prendo un menù snack. C’è la promozione. Un sandwich con carciofi, prosciutto crudo e maionese, una bottiglietta d’acqua naturale, ed un dolcino al sapore di pera e cioccolato. Due euro e settantacinque centesimi. Mangio nell’imbarazzo di chi non ha comprato niente. Mi giro dall’altro lato. La tedesca ad un certo punto alza lo sguardo e si rivolge a me.

“Che significa intestatario?”

In bocca avevo l’ultimo morso dato al sandwich. Lo mando giù in fretta e le dico, pulendomi le labbra con le mani, che l’intestatario è il titolare di un qualcosa. Lei gira il suo Mac. Mi fa vedere la pagina di Amazon. Le dico che dove c’è scritto intestatario deve scrivere le proprie generalità, che l’intestatario è lei. Stava comprando un frullatore e qualche altra cosa che non ho fatto in tempo a vedere. Poi mi addormento e mi risveglio che stiamo dopo Roma e il mio vagone è tutto cambiato, tranne che per il ragazzotto con l’alito pesante al mio fianco. La tedesca non c’è. La suora pure. La mia bottiglia d’acqua è caduta a terra. la trovo sotto il mio sedile. Sento parlare di Benevento, di Napoli e del treno che porta un quarto d’ora di ritardo. L’orario previsto è alle diciassette e io ho la Valle Caudina alle diciassette e ventidue. Sono le sedici e quarantacinque. Alcuni passeggeri iniziano a prepararsi e a posizionarsi alle porta d’uscita. Anche io mi preparo. Poso il libri e il tablet. Tolgo il caricabatterie dell’Iphone. Mi alzo e prendo il trolley dalla “cappelliera” e mi dirigo alla porta. Alle diciassette in punto arriviamo in Centrale a Napoli. Penso che ho ventidue minuti di tempo per un caffè e una sigaretta prima di salire sulla Valle Caudina. Vado al tabellone delle partenze per vedere il binario. Regionale 3416, ore 17.22 da Napoli a Benevento. Scorro con lo sguardo la scritta. Intanto lo speaker biascica qualcosa. Vado alla fine per il binario. Canc.

“il treno Regionale 3416 delle ore 17.22 da Napoli a Benevento è stato cancellato. Ci scusiamo per il disagio”.

Il treno non c’è e non c’è da meravigliarsi. Sono le diciassette e dieci e mi ricordo che fuori la stazione dovrebbero esserci i pulmann per Benevento, ma non ricordo l’orario. Esco fuori verso Piazza Garibaldi ma è tutto cambiato per via dei lavori e per la metro. Continuo a Destra. Supero il Mac Donald. Giro l’angolo. Nessun pulmann. Torno indietro. Chiedo ad un tassista dove posso prendere un mezzo che mi porti a casa. In un dialetto stretto capisco che nel parcheggio della stazione hanno messo anche il terminal degli autobus. Lì trovo una banchina con un centinaio di persone ad aspettare. Chiedo informazioni ad un autista dell’Air che mi manda alla biglietteria.

“Devo andare a Benevento”

“Non è questo il posto. I pulmann per Benevento partono dall’altro lato della stazione. Il prossimo è alle…”

Non riesco a sentire che dice. Un suo collega sta litigando con una donna di colore che deve arrivare a Milano con il pulmann delle diciassette, ma ora sono le diciassette e venticinque minuti e il prossimo è alle 20.00. La donna non capisce. Sei arrivata tardi dice quello. Perchè risponde la donna. L’uomo spazientito prende il microfono e urla “SONO LE CINQUE E VENTI MINUTI. IL TUO PULMANN E’ GIA’ APRTITO”. La donna se ne va.

Allora?? Che facciamo?

Prendi il pulmann per Ariano e ti fermi a San Giorgio del Sannio?

Pago cinque euro e dieci centesimi per arrivare a San Giorgio del Sannio. Corro alla fermata. C’è la ressa per il posto nonostante il pulmann sia a due piani. Riesco a salire e a timbrare il biglietto.

“La borsa la devi mettere giù. Qua non c’è posto”

Prendo il trolley e lo incastro in uno spazio striminzito su una mensola. Sono nervoso e stanco. L’autista se ne rende conto e resta in silenzio. Poi gli rivolgo la parola. Siamo già in viaggio.

“Questo pulmann ferma a Castello Del Lago. Appena scendi prendi una corsa della stessa compagnia che ti porta fino a San Giorgio”.

Mi siedo. Il pulmann è stracarico. Stiamo stretti. Ho mal di pancia e devo scorreggiare, ma trattengo. Quindici minuti per uscire dal traffico e poi via giù per l’autostrada. Tutti dormono con le cuffie alle orecchie. Di fronte a me una signora sulla sessantina che ascolta Battisti. al suo fianco una ragazza che dorme appoggiata al finestrino e al mio fianco un ragazzo con musica elettronica a palla nelle orecchie. Per il resto del pulmann un silenzio inaccettabile. Tutti dormono con le cuffie nelle orecchie e la bocca aperta. Una ragazza non la smette di tossire. Devo ancora scorreggiare. La ragazza che dorme con la faccia nel finestrino ogni tanto mi tira un calcio. Poi si sveglia e mi chiede scusa. A terzo calcio penso di farla lì, la scorreggia, così impara. La trattengo che non mi sembra il caso. Non ho capito bene se devo cagare. Un’altra fitta ma tengo duro. Sto per chiudere gli occhi ma una frenata brusca mi fa sbattere la testa sul televisore che era alle mie spalle. Si alza un vociare che tutti, chi più o chi meno, sono stati sballottolati a destra e a sinistra. Benevento. Eccolo finalmente il cartello verde. Siamo al casello di Benevento. Sono salvo. Altri cinque minuti e potrò scorreggiare.


lettera a mio figlio

figlio caro,

anche se ancora non sei nato ti scrivo per la seconda volta, non già perchè nella prima non abbia detto abbastanza, ma semplicemente sento il bisogno di farlo. di scrivere. e ti scrivo. magari un giorno, quando sarai grande, potremmo leggere assieme queste lettere e riderci su, magari le leggerai tu da solo, quando io non ci sarò, o magari le leggeremo con la mamma, o le leggerai solo con lei, o ancora da solo perchè le avrai rubate prima del tempo. io queste lettere le terrò ben nascoste, e te le farò leggere solo quando sarà il momento.  si perchè i genitori hanno questa presunzione di sapere quando è il momento giusto per fare o non fare una cosa. hanno la presunzione di capire un adolescente. hanno la presunzione di conoscere i propri figli, e io questa presunzione mi sa che già ce l’ho. so come ti chiamerai. dove andrai a scuola. chi frequenterai e cosa farai da grande. ti terrò alla larga dalle droghe. dai motorini, anche se devo dire che da quando tuo padre è diventato grande, le due ruote dei ragazzi non vanno più di moda. ora ci sono le macchine quelle piccole, quelle che si possono guidare anche senza la patente.  ti sgriderò non appena avrò la certezza di vederti con un pacchetto di sigarette. (tuo padre in questo momento sta fumando presuntuosamente). quando sarà arrivato il momento delle uscite ti terrò d’occhio. ti accompagnerò dai tuoi amici e ti verrò a prendere.  qualche volta nè ti accompagnerò e nè ti verrò a prendere. quando questo succederà vorrà dire che sono stanco, perchè è lecito essere stanchi dopo una giornata di lavoro, e tu te ne starai a casa con il broncio. mi terrai il muso. mi risponderai male, e io ti capirò. è probabile che incrocerai le gambe, come faceva tuo padre quando si arrabbiava con il nonno. incrocerai le braccia. mangerai ansiosamente le pellicine delle dita pensando a quanto si stanno divertendo nello stesso momento i tuoi amici. non potrai farci niente. il mestiere del padre è difficile, e non conta se sia quello più antico del mondo, contano solo quanti consigli ti darò e che tu puntualmente non ascolterai. sono sicuro che mi vorrai bene. sono sicuro che ad un certo punto ti dirò “questa casa non è un albergo”. quando inizierai a fare tutto di testa tua litigheremo perchè io so qual è il bene per te. so quali sono le cose che potrei fare e quelle che secondo me non potrai fare. tu per fortuna farai sempre quello che vorrai. hai la testa dura, proprio come la mia, quella di tuo padre. da tua madre prenderai la bellezza e la dolcezza. prenderai anche la gelosia, dalla mamma, e sarai geloso di lei, degli abbracci che a vicenda io e lei ci ruberemo. dei baci veloci che le darò prima di uscire di casa. e l’abbraccerai tu, anche tu. le dirai quanto la vuoi bene, che te la vuoi sposare, magari. da tutti e due prederai il senso della protezione, e tu la proteggerai quando sarò fuori casa. chiuderai la porta a chiave, o magari metterai la sbarra di ferro. starai attento  che non cada dai tacchi (la mamma i tacchi non li usa tanto, non le piacciono, e per questo non ci sa camminare. tu le terrai la mano). ti piacerà la musica. questo già lo so. la mamma suona il pianoforte ed è bravissima. quando l’ho vista suonare, la prima volta, ero incantato. era un concerto. lei era concentrata, ma di tanto in tanto alzava lo sguardo per cercarmi. lei ti insegnerà a suonare e tu sarai come lei. avrai la sua stessa espressione. sarai bello (ecco ancora la presunzione da genitore. già so che sarai bambino anche se ora la tua mamma piacerebbe che tu fossi una ragazzina). da me prenderai la statura. papà è alto, mentre per tua madre non si può dire lo stesso, ma è bella. cazzo se è bella. tua madre l’amavo già da prima di conoscerla. l’ho amata dalla prima sera, quando rimasi come un cretino a farneticare qualcosa con le labbra. io sbiascicavo qualche parola mentre lei si attorcigliava i capelli. non l’ho visto mai fare a nessuna. li attorcigliava cosi velocemente e vorticosamente che era difficile anche seguirla con gli occhi. la mamma la amo ancora e lei mi ama, nonostante qualche litigio di troppo. una sera, lei non lo ha mai detto, ma io ne sono sicuro, l’ho annoiata a morte parlando della fotografia (papà è un fotografo). eravamo seduti su una poltroncina. era estate e sorseggiavamo una birra come se fosse stato un miraggio in pieno centro città. era bella fredda quella birra, e io ero lì ad annoiarla con le mie storie sulla fotografia, su mio nonno (che poi sarebbe il tuo bis-nonno), sul mestiere di fotogiornalista. lei mi ascoltava con passione. con interesse. poi una sera, un’altra sera, la incontrai per caso fuori da un locale. io avevo appena finito di lavorare. ero appena uscito dalla redazione del giornale per il quale allora lavoravo. ero stanco. stanco morto. c’era stato parecchio lavoro e avevo gli occhi che mi bruciavano per via del computer. salii in macchina ed imboccai la strada per tornarmene a casa. poi non so perchè svoltai a sinistra. ricordo che ad un certo punto la strada si biforcava, e io avrei dovuto proseguire a destra, per andare a mettermi nel letto e riposarmi per il giorno successivo. invece andai a sinistra. abbassai il finestrino. sbadigliai. accesi una sigaretta. parcheggiai sotto la villa e rimasi lì, in macchina a finirmi la sigaretta. presi la borsa con le fotocamere. scesi e chiusi la portiera. mi avviai verso un locale che all’epoca frequentavo molto. c’era un concerto all’interno. fuori riconobbi un’amica e mi fermai a salutarla e lì con lei c’era tua madre con un’altra amica. parlavano animatamente. mi fermai. posai la borsa a terra, tra le gambe. Salutai N che scoprii poi essere l’amica in comune. salutai la mamma e lei mi presentò S. bionda. tutte e tre parlavano di un film che era appena uscito nelle sale. il regista era uno dei miei preferiti. io quel film ancora non lo vedevo. la invita, la mamma. la invitai a vederselo con me, quel film. era titubante. indecisa, ma mi promise che ci avrebbe pensato. che mi avrebbe fatto sapere. ed eccoci qua, caro figlio (perchè tu per me sarai un maschietto). io ti cullo mentre la mamma suona il pianoforte. lo suona dolcemente e non come quando suona ai concerti quando è un tutt’uno con le note. lo suona per farti addormentare, perchè la notte, sai, tu non ci fai mai dormire.


qua non mi so accontentare

foto e testo di alessandro caporaso

 

 

gli aerei, ogni volta che li vedo passare lì, sopra di me, nel cielo, così alti da non sentirne il rumore, penso di volerci stare io, lì sopra a volare verso qualcosa. non so bene verso cosa. delle volte basta semplicemente volare, che poi è il sogno dell’uomo volare e guardi dietro e trovi la scia, quella bianca, quella che vedi anche quando sogni di volare, quando il cielo è blu e hai i piedi nella terra bruciata dal sole. che poi da grande ci sono stato pure sull’aereo, ed era proprio come me lo immaginavo da bambino. quando li guardavo che erano altissimi nel cielo. si vedeva tutto piccolo e tutte le linee dei campi. tutti quelli che facevano il bagno, cioè non è che li vedevi proprio però vedevi i colori degli ombrelloni che a quel punto non erano più grandi. poi vedevi i tetti. le piscine nelle case delle persone. e c’era sempre qualcuno che diceva che questo era quel quartiere, quello quell’altro ogni volta che si passava su una determinata città. poi si vedeva la costa, dall’alto. io l’ho sempre vista dalla sabbia la costa, quella sabbia che scotta tantissimo se dimentichi le ciabatte che con le infradito non mi ci trovo proprio. e dall’alto è tutta un’altra cosa. è gialla. è piatta.

 

e poi c’è la linea del mare azzurra e bianca. e poi gialla. poi ci sono gli scogli. quelli dall’alto sembrano neri. poi ad un tratto ti trovi nelle nuvole. sulle alpi. d’un tratto ti trovi sopra l’italia tutta intera. e poi ancora le nuvole. le virate, quelle non annunciate. di colpo. a destra e poi a sinistra. la punta dell’ala che si muove, e fa così sopra e sotto e pensi ai piedi nella terra bruciata che ad un tratto c’hai paura di volare, anche se ricordi la scia bianca nel cielo tutto blu. e ti affacci e vedi altra terra. e ancora giorno. in fondo sono solo due ore e hai percorso tanta strada da non ricordarne più niente o quasi, talmente tante sono le cose da ricordare quando metti piede a terra.


il tuo volto domani

lo so che scrivi il tuo diario, forse c’hai scritto anche l’ultima nota. non me l’hai detto, ma sono sicuro che hai scritto la tua ultima nota, nel tuo diario.  ora è difficile scegliere di scrivere qualcosa nel diario, uno deve fare sempre una scelta e s’inizia a scrivere qualcosa, poi la si cancella, poi si scrive e si cancella di meno. al massimo qualche parola. non lo so se poi il tuo diario è uno di quelli che hanno la chiave per aprirli, o di quelli solo con l’elastico sul lato, o niente a proteggere le tue parole, ma so che c’hai scritto quella nota, magari avrai fatto pure un disegno tra una parola e l’altra, o magari niente, o forse solo fiori, petali, o tutti quei quadrati che occupano sempre un angolo del foglio. magari avrai scritto quella nota molto velocemente e non hai avuto il tempo di perdere tempo. di fare disegni. di perdere tempo per pensare, insomma di prendere tempo. avrai scritto qualche nome, come si fa sempre, il tuo forse, con l’iniziale grande tutta ghirigori, non lo so, ma qualcosa hai fatto, qualcosa hai scritto e cancellato, o l’hai lasciato lì, senza cancellarlo per via della fretta, per via della lezione e non potevi far altro che scrivere qualcosa prima di dimenticarlo, forse per questo che non hai cancellato niente come quando la mattina non cancelli la tua faccia allo specchio per fare il gioco di assomigliare a qualcuno. un gioco difficile che si fa solo la mattina, quando hai ancora sonno e sembra ancora tutto un sogno. ed È difficile. non potrò mai essere chiunque o qualcuno in particolare, perché è già difficile essere me stesso, ed è come un catena, e qualche volta sono stato anche te, poche volte a dir la verità, ma sono stato anche te, che poi è stato anche difficile esserti quando l’ultima nota l’hai suonata appena tutto era finito. ero dietro di te, dietro la tua nuca e avevi i capelli sciolti. ero dietro la tua nuca non sapendo che fosse lì. e i capelli ricci la coprivano quasi a volerla proteggere. ero alle tue spalle eppure ero avanti a tutti, ero dietro la scena e mi nascondevo per scattare l’ultima foto. e il dubbio di parlare o tacere, o non  tacere o non parlare, lasciare che le cose seguissero il loro corso senza invocarle ne scongiurarle o intervenire verbalmente per condizionarne la direzione, avvertirti della foto o non avvertirti  per suscitarti idee. delle volte ci fanno venire idee in testa proprio quelli che vogliono preservarci da tali idee,  e proprio quelli le idee le provocano perché vogliono preservarci e ci fanno pensare a cose a cui non avremo mai pensato. tu tutte quelle idee me le hai fatte venire in testa. le dita e le note. la foto o non la foto. e volevo chiedertelo ma mi hai preservato dal farlo, hai tolto la mano proprio quando ero già lì pronto a tenermi quell’idea solo per me. sarebbe bastato poco per togliermi quell’idea dalla testa ma non c’è stato verso di farlo. volevo le tue mani ancora li, sui tasti bianchi. ed io ero in scena. dietro tutti. dietro le note. e volevo scattare una foto e quella nota sembrava non arrivare mai. io quella mattina m’ero messo in testa che dovevo fare quella dannata foto, altrimenti non me ne sarei andato da lì. ma tu quella mano non la muovevi e non c’era verso di fartela muovere. eppure avevi suonato tutta la mattinata, ormai t’eri abituata a suonare, ma di quella nota non ne volevi proprio sapere niente. mi ripetevo e pregavo per quel suono, per quelle dita, solo l’indice, solo quello, non c’erano grandi sforzi da fare. dovevi solo muovere un dito. poco sforzo e pigiare un tasto. d Invece di suonare iniziasti a parlare. c’era qualcuno che ti stava facendo i complimenti, proprio in quel momento, proprio quando avresti dovuto suonare quella nota, che poi non ricordo quale fosse, e quello dei complimenti m’ha fatto distrarre. che voleva da te, che tu gli suonassi un altro brano? ma che s’aspettava un tuo inchino? e continuava a declamare la tua bravura mentre io aspettavo e pregavo. e le tue dita intanto s’allontanavano sempre più da quei tasti, da quell’unico tasto che per me era tutte le note. tu addirittura togliesti proprio la mano e non è che era vicina a quel tasto. ora era proprio da un’altra parte, era tra i tuoi capelli e non ne voleva sapere niente. insomma, le tue dita non ne volevano sapere di toccare quel tasto, non ne avevano voglia, forse, eppure avevano suonato per tanto tempo, forse troppo, forse stavano ricevendo troppi complimenti o s’erano semplicemente annoiate, le tue dita, forse s’erano semplicemente stancate, forse erano troppo entusiaste per il risultato, forse volevano prendersi tutti i meriti del caso e ora si mostravano a tutti e non erano tranquille o semplicemente non volevano esserlo. era la prima volta che vedevo delle mani come le persone quando si mostrano, quando sanno di aver fatto qualcosa di buono per ricevere gli applausi, ed era la prima volta che un paio di mani occupavano la scena prendendosi tutti gli applausi, e non applaudivano, e tu le mostravi come se non fossero state delle mani, come se le tue mani non avessero dita ne unghie, come se non avessero tutte quelle pieghe che già vedi quando sono mani morbide di bambino. e le tue mani non avevano mani, ne quelle vene che si vedono quando le tieni giù per un certo tempo, ne le tue mani facevano più ombra sui tasti bianchi per suonare musiche francesi. niente. niente musica, niente mani ne unghie e ne vene, niente che valesse la pena di restare lì e aspettare. ormai m’ero convito ad andarmene, a togliermi da lì tranne che per uno sguardo. io ero ancora in ginocchio a fissare ogni minimo movimento della tua mano, delle vene e delle unghie. ogni movimento delle tua nuca nascosta, dei tuoi piedi che s’allontanavano e avvicinavano a quelle vecchie musiche. quando ad un tratto ti girasti, senza chiedermi niente, senza sapere cosa stessi facendo lì in ginocchio con le mani vuote. uno sguardo. iniziasti a fissarmi. era quello il momento giusto. presi la macchina fotografica. Io guardavo i tasti. tu guardavi me e sembrava non interessarti più di tutto quello che stava succedendo alle tue spalle. nascondesti la tua mano dagli occhi indiscreti. quella nota doveva essere solo mia. nessuno avrebbe dovuto sentirla o vederla e ci fu un suono così impercettibile e così lungo che sarebbe bastato per un intero concerto. ed ecco le mani e le tue unghie, le vene e la musica, i capelli e quello sguardo così diverso da quando t’avevo conosciuto. faccio un po’ di rumore per via della foto. qualcuno si gira, per un attimo ma non sente, e tu hai già smesso per paura che qualcuno non possa capire.


possibilmente

ora m’ascolti. e non m’interessa se stai seduta su una seggiola, in piedi o in un locale dove alla fine di tutto, poi non si capisce niente. ascolti quello che c’ho da dire, anche perché di sms non se ne può più mandare visto che costano 2centesimi in più grazie alla crisi. e ascolti e non devi dire niente che è sempre bello vederti, e non devi dirlo che già lo so. si è sempre in dubbio alla fine e non ho avuto il tempo di guardare le tue gambe d’estate o lo smalto verde d’inverno. quello non l’ho mai visto, ma ho visto i tuoi capelli raccolti che tenevi con le mani, appena finita la doccia. lo sai che le cose non sono mai state in ordine, non sono mai andate nel verso giusto e non era come svegliarsi al mattino e guardarsi allo specchio mentre ci si lava i denti e si accende la radio, quella che parla inglese. non è scendere di casa ogni giorno, alla stessa fermata, alla stessa ora o mettere la benzina. tu non la sai mettere e allora me lo chiedevi e io scendevo dalla macchina e facevo il pieno. sempre la notte, che le cose tra noi non erano mai in ordine. sempre la notte mi chiedevi di mettere la benzina, sempre la notte quando nessuno poteva vederci, un’altra notte, per sventura, un’altra notte, che fortuna. tutto è successo molto in fretta, e so che è stato così ma ricordarlo si rivela troppo lento che assistervi. le cose, lo sai, succedono troppo in fretta per capirci qualcosa e ricordarlo è troppo lento per riviverlo e il tempo passa. lo sai quando hai la sensazione che il tempo passi eppure ne passa molto poco secondo gli orologi (quello della macchina, quello del cellulare). io volevo lasciarlo passare senza fretta prima di ogni frase o di ogni bacio. prima di mettere la benzina o sbagliare il nome di una cantante, prima di ogni mio movimento. volevo che stentasse a passare sempre prima di tutto. prima di ogni frase e movimento assieme e non ci sono riuscito. credevo ne fosse passato uno tra una frase e un movimento e invece quello era andato oltre. ne erano passati dieci o almeno cinque. in altre parti della città succedeva qualcosa mentre lì il tempo passava silenzioso senza che ce ne accorgessimo. ovunque si sentivano rumori di macchine, di luci che si spegnevano negli appartamenti, di gatti che miagolavano. tutto si muoveva tra una frase ed un mio movimento. e forse non volevo manco muovermi e il tempo passava, e pareva che passasse solo per noi e ora non passa, non passano quei dieci minuti, che forse erano cinque, senza immaginarti seduta ad ascoltare. intanto, però, noi vecchi amanti ci scambiavamo baci con le porte aperte, sempre la notte. e io me ne andavo o forse eri tu ad andartene come i baci confusi con quelli dell’altroieri o del dopodomani. e si sa le cose non erano mai in ordine e la notte inaugurale memorabile è stata soltanto una ed è andata perduta. e non basta dirsi che è stato bello vedersi, mentre il tempo allora passa e ne è sempre poco per poterti parlare. e il tempo non c’è stato che già eri lontana ad ascoltare qualcuno suonare. eri fuori a fumare ed eri via in un altro locale.


un giorno finirà. spero. magari un giorno sarà diverso.

il nuovo i phone è uscito in america. e siamo a cinque. -salviamo wikipedia- impazza per la rete e nonciclopedia ha chiuso i battenti, solo per un po’, per colpa di una grande star italiana che nel frattempo ha annullato un concerto. ottobre caldo che ci vuole ancora la maglietta a maniche corte, ma solo per il giorno, che quando cala il sole ci vuole la lana. facebook cambia stile che non gli riesci a stare dietro. un concorso fotografico nazionale e a breve una mostra fotografica. nuove conoscenze e antiche usanze tipo il caffè la mattina al bar le trou che ormai non è più un buco. le giornate scivolano lente, mentre corre il ventesimo anniversario di un disco, quello dei nirvana, quello col bambino nell’acqua. quello con dollaro. ma tutto questo non importa, che stamattina c’era il sole. cuffie e cellulare. macchinetta fotografica e intervista. il solito al bar della mattina, che poi è anche il bar della sera e che ora è diventato il bar degli scontri. insomma tutto tranquillo ed ero lì che camminavo. ero all’altezza della biblioteca provinciale che ascoltavo musica e leggevo. camminavo e leggevo e ogni tanto alzavo gli occhi per non scontrarmi con qualcuno. L’ultima volta che li ho alzati è stato per entrare nel bar. e manco entro che il passato torna con un velocità supersonica.

-ma l’acqua la preferisce liscia o gassata.

liscia.

-krapfen al cioccolato

no. caprese.

si ma la caprese è finita.

poi, ed è stato un attimo, m’è venuta una cosa in mente. o cazzo non mi dire,  perchè non è possibile. ma non lavora la mattina? che ci fa qui. cioè io, tu, tu lo sapevi e non mi hai detto niente. non è che avresti dovuto dirmi qualcosa, ma almeno, visto che non mi sono reso conto della situazione un cenno, una parola, che ne so un cornetto con la nutella, qualsiasi cosa, ma non chiedermi i suoi gusti, che li so a memoria. il cappuccino senza cacao, le benson blu, le vivident, quelle allo spermind che ogni volta che le mangiavamo ci scherzavamo sopra, e non è che salivamo sul pacchetto di gomme. poi la pizza, la birra, modigliani, dalì e l’orecchino di perla. le scarpe con la h grande sopra e la marmellata al posto della nutella bianca sulle fette biscottate, che poi a mare l’ho convita del contrario. londra e i queen e ora basta che è già notte e sono appena le tredici e devo fare un’intervista.

è strano ma ricordi pure alcune cose  che alla fine occupano solo spazio e non servono a niente. ricordi la ceneriera  in cristallo lavorato, e pesante, che puntualmente era al centro, sul divano mentre si guardava la tv. il port’accendino verde, quello di betty boop, i fermagli per i capelli, quelli sottili e neri che seminava ovunque. il giornale dello sport tutto stropicciato sul tavolino la domenica sera e gli articoli letti sul napoli. gli adesivi di qualche marca all’interno dell’armadio, quello con l’anta con lo specchio e  il fumo denso, di sigaretta , nella sua stanza arancione.

dai ora però il caffè che voglio fumare una sigaretta, e pensare che volevo smettere. oggi fanno dieci giorni che non fumo, cioè non è che non ho fumato proprio, qualche sigaretta, quattro al massimo e solo oggi altre quattro. chesterfield blu e non le rosse, quelle che fumo di solito. le blu, come se questo fosse il colore del secolo. dicono che sta tornado di moda e quindi devo comprare qualcosa di blu. chesterfield blu anche se non sono le mie preferite, ma sanno di cambiamento, anche se ora è tardi per cambiare. tipo come quando stai davanti la tv, buttato sul divano che non vuoi cambiare ma senti di doverlo fare che iniziano quei programmi americani dove la gente deve dimagrire ad ogni costo. ma comunque non ti va di cambiare. e così stamattina, non volevo cambiare, volevo il solito caffè alla solita ora che appena accesa la televisione danno jobs morto e hai il telecomando in mano e allora cambi e l’altro telegiornale dice che un genio se ne è andato e cambi e ti dicono think different. come la televisione stamattina. avrei voluto avere con me un telecomando per cambiare le cose, ma in fin dei conti come sono ora mi stanno pure bene.


corrente di risucchio

alcune giornate iniziano davvero storte e non è sempre colpa della pioggia, visto che siamo ad agosto e non piove, o quasi. non è colpa neanche del piede giusto o sbagliato quando scendi dal letto. una telefonata, il latte versato durante la colazione che poi è un classico. la fetta biscottata che cade sempre dal lato della nutella o il fondo della tazzina di caffè. non c’entra niente che sia finito il dentifricio o il gel, che non hai sentito la sveglia e hai un ritardo mostruoso, il cellulare scarico o la scheda della macchinetta piena. delle volte se qualcosa deve andare storto non c’è verso di raddrizzare proprio niente e resti con la macchina in panne mentre spogliano qualche madonna. è a quel punto che accendi una sigaretta e conti fino a dieci, la sigaretta dopo il caffè o quella dopo la prima sigaretta dopo il caffè, cioè la seconda.  quella dopo aver fatto l’amore o quella per non averlo fatto, che poi ha tutt’un altro sapore. quella sulla birra e quella con un amico, quando passi le serate a parlare di tutto che poi alla fine non ricordi niente. accendi la sigaretta del figo e quella della noia incombente.  accendi poi l’ultima sigaretta del pacchetto che ne vuoi già un’altra. alcune volte quella sigaretta poi non l’accendi che non è proprio il caso o perché quella sigaretta alla fine diventa pure un pegno.

-questa allora la fumiamo quando ritorno.

ma è proprio quando torni che posso solo riconoscerti dagli occhi, proprio come nella poesia, quella stampata a casa e presa da internet. quella che alla fine di tutto parla proprio dei tuoi occhi. dei tuoi occhi che sono sempre più umidi. e alla fine quella sigaretta mica l’abbiamo fumata ?! dici che non ne abbiamo bisogno che ormai siamo vicini, fin troppo. così vicini che posso sentire il tuo odore d’estate di troppi anni fa. e poi quando proprio non me l’aspetto, cioè quando arriva una telefonata che hai cancellato anche il numero, ritornano alcune cose regalate. e chi le vuole, cioè che cavolo me ne faccio. io non ti voglio più ormai che sono un vagabondo, e poi, scusa, non ha senso  che per la maggior parte delle volte sono congetture ed ipotesi. indugerò al momento di andarmene e resteranno solo macchie d’inchiostro sulle mie unghie, o un braccialetto che m’hai dato, quello rosso. quello spagnolo, almeno sembra. e poi c’è sempre il ritorno, ma non quello quando torni da qualcuno, quello quando torni con me che ti accompagno. delle volte il ritorno è chiassoso altre è muto. passa una canzone e si recita tutto il copione. quelle canzoni che capitano per caso, quando non si ha il coraggio di cambiare stazione. e restiamo in silenzio. il viale alberato è appena iniziato. il finestrino è aperto e la sigaretta è finita. ormai è quasi mattina, cioè è quell’ora che non sai se dire buona notte o buon giorno. tu sorridi e mi dici che ho le mani grandi. non le ricordavi così. tu con l’accento spagnolo, che poi sei italiana, ma forse anche un po francese. tu che fra poco tornerai via da me ed io che tornerò a me. buona notte o buon giorno, addio o arrivederci che se qualcuno leggerà chiederà spiegazioni.

 


30 su 50. ad un forse figlio

caro figlio probabilmente adottato,

ti scrivo perché so già che mi farai delle domande. i padri sanno un po’ tutto. ti scrivo perché quando leggerai questa lettera io, molto probabilmente, sarò sposato con tua madre e tu avrai parecchie zie, che non saranno le mie sorelle o le sorelle di tua madre, ma delle zie acquisite, tipo le ragazze che papà ha conquistato con molta fatica, prima che gli occhi di tua madre diventassero a cuoricino. la prima che conoscerai sarà francesca, per via del quadro che ho appeso in camera, che poi è una stronza visto che ha anche imparato a fare la sostenuta. cioè non mi saluta. non ti preoccupare se d’estate la vedrai totalmente nera, è italiana. la seconda zia è la zia alessia. caro figlio mio, trattamela bene che c’abbiamo messo anni per andare d’accordo e mi raccomando….  poi ci saranno gli zii, quelli che ti porteranno a bere fiumi di birra, tipo zio bertozzi che già me l’immagino a sessant’anni con i baffi bianchi. ci sarà zio giovanni che ti porterà a scavare le pietre con lui. infine zio lisippo. non avere paura se non lo capisci, tanto il più delle volte non lo capisce neanche papà. caro figlio ancora non nato so già che mi farai domande su domande e ad alcune ti risponderò, mentre altre sarò costretto a riempirti di bugie, perché voi bambini siete bravissimi a fare domande assurde, cioè vi vengono in mente le cose più impensabili e chiedete finché poi non ci sarà più nessuna risposta da darvi.

 

–          papà, ma gli alieni esistono? cioè ho sentito alle televisione che ci sono state persone che sono state rapite da questi alieni, tipo che gli hanno anche fatto il lavaggio del cervello. li hanno portati sulle loro astronavi intergalattiche e velocissime. allora esistono?

 

e mi farai questa domande mentre tirerai un lembo della mia giacca a te per attirare la mia attenzione, e nessuna cosa al mondo potrà distoglierti, cioè non ci sarà zucchero filato in quel momento che potrà farci cambiare direzione.

 

–          no che non esistono. cioè nessuno ancora lo sa, quindi può darsi che esistono, visto che esistono anche i segreti di stato. e visto che è un segreto di stato il probabile alieno che tengono nascosto non esiste, cioè esisterà pure, ma noi dobbiamo far finta di crederci, cioè di credere che non esiste, altrimenti poi chi se li sente quelli che piangono perchè il loro segreto non è più segreto. quindi facciamo che gli alieni non esistono e risolviamo il problema.

 

–          e perché non esistono? cioè se noi esistiamo dovrà esserci pure qualcun altro da qualche parte nell’universo, che poi cos’è l’universo che non l’ho proprio capito, e comunque se loro per noi sono alieni ci sarà un altro bambino come me che crederà che gli alieni siamo noi. e quindi ci sarà pure un papà come te che gli dirà che non esistono le persone come noi. ma allora sarà sempre un casino, papà, e non è più facile se ci conosciamo tutti quanti?

 

–          beh, vedi figlio mio, qui ora il discorso si complica tantissimo e devo ammettere che è tutta colpa mia. ieri sera non avrei mai dovuto lasciarti davanti la tv con le cassette registrate di voyager. quelli sono capaci di farti incasinare il cervello, cioè si fanno una domanda e non si sanno dare una risposta. girano il mondo e alla fine della puntata ti lasciano sempre con un punto interrogativo. ma sti alieni esistono? fondamentalmente devi credere solo a quello che dice papà. e io non so se gli alieni esistono. per il momento funziona così che poi quando sarai un pò più grande smetterai di farlo. non farai più domande e ti sembrerà di sapere tutto e quel tutto ti porterà a fare cose tipo mettere gli orecchini e gli stivali e a sede per terra, e sarà lì che imparerai a suonare la chitarra. sarà lì o su qualche gradino di qualche scuola che ad un certo punto ti innamorerai. ci sono cose, come gli alieni, alle quali devi crederci per fede, un po’ come succede per dio. di lui si dicono cose incredibili tipo che ti guarda sempre e sa sempre se fai il bravo. al massimo stasera, se proprio vuoi, posso raccontarti di come ho conosciuto tua madre, che tra le altre cose ancora non la conosco e quindi forse tu ancora non sei nato o sei nato e non sai di essere mio figlio.


to haunt

incantano, abitano e frequentano. ecco cosa fanno i fantasmi. proprio l’altro giorno, che era un giorno come un altro, tra l’altro, per sbaglio o per volontà ho aperto un cassetto. sapevo di trovarci appunto qualche fantasma che mi condannasse al ricordo. è così le persone ritornano in-definitivamente. non cessano del tutto, non passano del tutto e non abbandonano mai del tutto. non abbandonano mai del tutto la nostra testa. a partire da un certo momento abitano la nostra testa, che siamo svegli o in sogno. sono lì in mancanza di altri luoghi confortevoli facendo riverberare all’infinito ciò che una volta fecero o qualcosa che ebbe luogo un giorno. così è stato quando ho aperto quel cassetto. in fondo ho trovato quello che un tempo avevo ben nascosto.  è stato lì che ho pensato che i cassetti non si aprono mai del tutto, cioè quando apri un cassetto lo apri sempre a metà, non lo tiri mai fuori del tutto. lo apri e prendi quello che ti serve e lo chiudi, senza pensarci, senza prestare ascolto, attenzione,  e non è che ti metti a frugare nelle tue cose, tanto sai già quello che ci potresti trovare. quel giorno però volevo un tesoro, uno di quelli abbandonati e sepolti sotto una x. non ho dovuto scavare molto. mi è bastato aprire il cassetto, aprirlo tutto, togliere un’agenda, qualche foglio, cancellare la x ed ecco il tesoro. ora, sarebbe meglio dire che ho ritrovato anzichè ho trovato. ho ritrovato, dunque, alcuni dischetti.

-per alessandro… p.s come vedi, quando voglio, riesco anche io…

è difficile disfarsi del tutto delle abitudini, della paura contagiata, del dolore, ma più del dolore del fastidio di vedere interrotto qualcosa che ormai non è più tuo e che è lontano nel tempo. in fin dei conti è come quando uno muore. i morti non si importunano a meno che non glie ne si porti loro un altro. non possiamo sapere se quell’evento li rallegrano, i morti, perché tornano a vedere chi conobbero o li rattristano ancora di più nel saperlo ridotto alla loro stessa condizione e nel dover contare su una persona di meno che li ricordi nel mondo. quel dischetto nelle mie mani era come un morto che veniva a me, ai miei ricordi, ma che di lì a poco sarebbe arrivato ai suoi, di ricordi. sarebbe ritornato nelle mani di chi quel dischetto, in un giorno d’estate, me l’aveva fatto recapitare. ora avere tra le mani qualcosa di troppo vecchio nel tempo ti fa sentire vecchio nel tempo della sua produzione. cioè torni in dietro nel tempo quando vuoi, quando hai voglia di pensare a quel tempo, e ci torni con la mente, non con il corpo.  Il corpo ha l’età del presente anche quando sei nel passato. e non ti riconosci. ecco poi quello che succede. non ti riconosci perché non ti vedi, ma allo stesso tempo ricordi.

per fortuna che il mio pc ha ancora il lettore dei floppy. appare una foto e due lettere. pagine di ricordi che parlano di te di quei pomeriggi di maggio passati nella aule della mia scuola. era lì che ci siamo raccontati,

-chiusi nelle aule al buio distanti l’uno dall’altra non più di mezzo centimetro, e i respiri, le carezze, il cuore che andava a mille ad entrambi e i suoi battiti che sembravano sincronizzati, non so se cercavano l’amore o l’innocenza perduta…

 

 


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